SPQR 9 # La spelonca di Sperlonga

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Ci sono dei luoghi che vanno visti, assolutamente, dei luoghi in cui miti, storia e natura si incontrano, si intrecciano, si saldano. Uno di questi luoghi è la Villa di Tiberio a Sperlonga. Si trova a due ore da Roma, vicino a uno dei borghi più belli del Lazio. La villa è sulla spiaggia, poco dopo il borgo, appena prima del tunnel della via Flacca.

Il museo è piccolo e luminoso, scrigno di alcuni capolavori della statuaria antica. Va visto non solo per la sua essenziale bellezza, ma anche per rendere omaggio ai cittadini che si sono battuti affinché fosse qui costruito, che si opposero a gran voce a che le statue fossero deportate in qualche museo romano, dove tra mille altre avrebbero perso parte del loro valore evocativo. Le vollero qui e qui esse vi aspettano, inondate dal sole nelle sale di questa piccola area espositiva. Vi accoglie Scilla intenta a sbranare i compagni di Ulisse con le sue terribili teste di cane, poi Ganimede in un angolo della sala seguente, agguantato dagli artigli dell’aquila di Zeus che lo bramava per sè, e il gruppo di Ulisse e Diomede che rubano da Troia il Palladio (la sacra statua di Pallade Atena che proteggeva la città) e infine grandioso, in un angolo, Polifemo che viene accecato da Ulisse e dai suoi compagni. Se andate da soli leggete lì queste parole… 20160504_120529 - Copia

Dopoché sveltamente finì il suo lavoro,
ecco che accese il fuoco e ci scorse, ci chiese:
«Stranieri, chi siete? da dove venite per le liquide vie?
Per affari o alla ventura vagate
sul mare, come i predoni che vagano
rischiando la vita, portando danno agli estranei?»
Disse così, e a noi si spezzò il caro cuore,
atterriti dalla voce profonda e da lui, dal mostro.
Ma anche così rispondendo con parole gli dissi:
«Siamo Achei, di ritorno da Troia! deviàti
da venti diversi sul grande abisso del mare,
bramosi4 di giungere a casa, altre rotte e altre tappe
abbiamo percorso: ha voluto disporre così certo Zeus.
Ci vantiamo d’essere gente dell’Atride Agamennone,
la cui fama sotto il cielo è grandissima ora:
così la grande città, infatti, ha distrutto e molte genti
ha annientato. Noi, qui venuti, ci gettiamo
alle tue ginocchia, semmai ci ospitassi o ci dessi
anche un diverso regalo, quale è norma tra gli ospiti.
O potente, onora gli dei: siamo tuoi supplici
Vendicatore di supplici e ospiti è Zeus,
il dio ospitale che scorta i venerandi stranieri».
Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato:
«Sei sciocco o straniero o vieni da molto lontano,
tu che mi inviti a temere o a schivare gli dei.
Ma i Ciclopi non curano Zeus egìoco
o gli dei beati, perché siamo molto più forti.
Per schivare l’ira di Zeus non risparmierei
né te né i compagni, se l’animo non me lo ordina.
Ma dimmi dove hai fermato, venendo, la nave ben costruita,
se in fondo o in un luogo vicino, perché io lo sappia».
Disse così per provarmi: ma non m’ingannò, ne so tante.
E di nuovo gli dissi con parole ingannevoli:
«La nave me l’ha fracassata Posidone che scuote la terra,
gettandola contro gli scogli, ai confini del vostro paese,
spingendola su un promontorio: il vento la portava dal largo.
Io però, con costoro, ho evitato la ripida morte».
Dissi così, ed egli non mi rispose, con cuore spietato,
ma d’un balzo allungò sui miei compagni le mani,
ne afferrò due a un tempo e li sbatté come cuccioli
a terra: sprizzò a terra il cervello, e bagnò il suolo.
Li squartò membro a membro e apprestava la sua cena:
mangiava come un leone cresciuto sui monti, niente lasciava,
interiora, carni e ossa con il midollo.
Noi piangendo alzammo a Zeus le mani,
vedendo l’atroce misfatto: eravamo impotenti.
Il Ciclope, saziato dal suo orrendo pasto, si sdraiò in mezzo alle
pecore e si addormentò.
Lì per lì pensai di vendicare i compagni con la spada, piantandogliela
subito nel petto. Ma un pensiero mi trattenne: se lo uccidevo,
come saremmo usciti dalla grotta? Quel masso che lui spostava
senza fatica era enorme, e noi certo non potevamo toglierlo da
soli con le nostre forze.
Passò tutta la notte e, all’alba, il Ciclope si risvegliò. Afferrò altri
due compagni e ne fece un sol boccone. Poi portò fuori le capre al
pascolo, dopo aver richiuso la grotta.
Pensa e ripensa, mi venne un’idea per compiere la mia vendetta e
salvare i compagni.
Presi un grande tronco d’ulivo, gli feci una punta aguzza e lo
nascosi con cura.
Verso sera, ecco che il mostro ritorna. Rientrato, subito afferra altri
due dei miei uomini e li sbrana.
Allora io standogli accanto dissi al Ciclope,
tenendo con le mani una ciotola di nero vino:
«Su, bevi il vino, Ciclope, dopo aver mangiato la carne umana,
perché tu sappia che bevanda è questa che la nostra nave
serbava. Te l’avevo portato in offerta, semmai impietosito
mi mandassi a casa. Ma tu sei insopportabilmente furioso.
Sciagurato, chi altro dei molti uomini potrebbe venire
in futuro da te? perché non agisci in modo giusto».
Dissi così, lui lo prese e lo tracannò: gioì terribilmente
a bere la dolce bevanda e me ne chiese ancora dell’altro:
«Dammene ancora, da bravo, e dimmi il tuo nome,
ora subito, che ti do un dono ospitale di cui rallegrarti.
Certo la terra che dona le biade produce ai Ciclopi
vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere.
Ma questo è una goccia di ambrosia e di nettare!».
Disse così, e io di nuovo gli porsi il vino scuro.
Gliene diedi tre volte, tre volte lo tracannò stoltamente.
Ma quando il vino raggiunse il Ciclope ai precordi,
allora gli parlai con dolci parole:
«Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io
ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale.
Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano
mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni».
Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato:
«Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni,
gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale».
Disse, e arrovesciatosi cadde supino, e poi
giacque piegando il grosso collo; dalla strozza gli uscì fuori vino
e pezzi di carne umana; ruttava ubriaco.
E allora io spinsi sotto la gran cenere il palo
finché si scaldò: a tutti i compagni feci
coraggio, perché nessuno si ritraesse atterrito.
E appena il palo d’ulivo stava per avvampare
nel fuoco, benché fosse verde – era terribilmente rovente –,
allora lo trassi dal fuoco. I compagni stavano
intorno: un dio ci ispirò gran coraggio.
Essi, afferrato il palo d’ulivo, aguzzo all’estremità,
lo ficcarono dentro il suo occhio; io, sollevatomi, lo giravo
di sopra […];
così giravamo nell’occhio il palo infuocato,
reggendolo, e intorno alla punta calda il sangue scorreva.
Tutte le palpebre e le sopracciglia gli riarse la vampa,
quando il bulbo bruciò: le radici gli sfrigolavano al fuoco.
[…]
Lanciò un grande urlo pauroso: rimbombò intorno la roccia.
Noi atterriti scappammo. Dall’occhio
si svelse il palo, sporco di molto sangue.
Lo scagliò con le mani lontano da sé, smaniando:
poi chiamò a gran voce i Ciclopi, che lì intorno
in spelonche abitavano, per le cime ventose.
Quelli, udendo il suo grido, arrivarono chi di qua chi di là
e, fermatisi presso il suo antro, chiedevano cosa lo molestasse:
«Perché, Polifemo, sei così afflitto e hai gridato così
nella notte divina, e ci fai senza sonno?
Forse un mortale porta via le tue greggi, e non vuoi?
forse qualcuno ti uccide con l’inganno o la forza?
Ad essi il forte Polifemo rispose dall’antro:
«Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza».
Ed essi rispondendo dissero alate parole:
«Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo,
non puoi certo evitare il morbo del grande Zeus:
allora tu prega tuo padre, Posidone signore».
Dicevano così, e rise il mio cuore,
perché il nome mio e l’astuzia perfetta l’aveva ingannato.

Non ci si crede ma sono state cantate più di duemilaottocento anni fa, un misto di Tarantino e Spielberg in pochi, meravigliosi versi. Se andate con i bimbi, e ve lo consiglio, perché l’allestimento è tanto scenografico da colpirne la fantasia e al contempo abbastanza piccolo per non annoiarli o stancarli, prendete una bella riduzione della storia, ad esempio l’edizione Carthusia e leggetegliela lì, davanti al maestoso calco di resine e ai frammenti marmorei di un grande capolavoro. Infine girate per le vetrine e osservate i pochi arredi della villa sopravvissuti all’ oblio: mosaici, stucchi, frammenti di affresco e marmi, vasellame e oggetti della vita quotidiana. Troverete anche una piccola statua raffigurante Circe e i poveri compagni di Ulisse trasformati in pasciuti porcellini, potrete raccontare tale storia ai bambini, magari con l’ausilio delle bellissime carte della Fatatrac. Uscendo poi fate vedere ai bambini il Circeo, scuro monte svettante dal mare, apparentemente un’isola, proprio così come la cantava Omero.
Lasciato il museo scendete lungo la stradina posta sulla sinistra dell’edificio, che vi porterà ai resti della villa e alla sua grotta. 20160504_124042Qui fate immaginare ai pargoli la sala da pranzo dell’imperatore con davanti la vasca dei pesci e alle spalle e tutto intorno i grandi gruppi scultorei ispirati all’ Odissea di Omero. Se volete potrete visitare la grotta, magnifica con i suoi scorci, ammirare sulla sua sommità la copia della statua di Ganimede, poi entrando, sul lato sinistro la stanza da letto per i pisolini di Tiberio e riuscendo sulla sinistra (guardando la grotta), la tettoia sotto cui ancora si conservano frammenti di mosaici, stucchi ed affreschi: divertitevi a trovare insieme le tracce. 20160504_122759

Datevi tempo per leggere le storie magari anche qui, tra il verde del prato e il blu del mare, e poi via a giocare in spiaggia, a fare il bagno e magari fingere di essere un famelico ciclope o una maga pronta ad acciuffare il suo piccolo per trasformarlo in un bel porcellino.

Infine a Sperlonga per un gelato.

Una giornata di arte, cultura, natura e divertimento, una giornata per fare famiglia (non pensando al cattivo rapporto tra l’imperatore Tiberio e la bisbetica madre Livia!).

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